L’eredità di Luigi “Gino” Veronelli
L'eredità di Luigi "Gino" Veronelli Oggi i suoi valori (onestà intellettuale, trasparenza, indipendenza) sono portati avanti dal Seminario Permanente, con sede a Bergamo: è presieduto da Angela Maculan
L’eredità di Luigi “Gino” Veronelli

Oggi i suoi valori (onestà intellettuale, trasparenza, indipendenza) sono portati avanti dal Seminario Permanente, con sede a Bergamo: è presieduto da Angela Maculan. Filosofo, gastronomo, giornalista, editore, critico enoico, anarchico impenitente, amava ripetere: “La vita è troppo breve per bere vini cattivi”. Uno dei suoi motti: “Solo la gente volgare giudica la gastronomia una disciplina volgare e la crede rivolta solo a soddisfare l’appetito”.

“Solo la gente volgare giudica la gastronomia una disciplina volgare e la crede rivolta solo a soddisfare l’appetito”. Bene ha fatto Alessandro Regoli, direttore di WineNews, a scegliere questa citazione tra le mille e più di Luigi “Gino” Veronelli per omaggiare il padre del giornalismo enogastronomico italiano nel giorno della sua nascita, 100 anni fa. La frase di Veronelli era, infatti, un invito a godere appieno dei doni della natura, nobilitando il cibo e il vino.
Raccontare e promuovere la nostra enogastronomia paragonandola ad una affascinante esperienza intellettuale e sensoriale – come ha fatto Veronelli – è stata un’intuizione straordinaria per l’Italia, se pensiamo al valore culturale, sociale ed economico che riveste per il nostro Paese, per i suoi territori e per le sue comunità. Un patrimonio che trova riscontro nelle eccellenze agroalimentari dei nostri prodotti, nell’accoglienza di un ristorante e nella versatilità della cucina italiana consacrata recentemente con il prestigioso riconoscimento internazionale da parte dell’Unesco.
Il vino va bevuto con rispetto poichè dentro c’è la fatica dei contadini
Filosofo, gastronomo, giornalista, editore, intellettuale, critico enoico, anarchico impenitente, Luigi “Gino” Veronelli,

segno zodiacale l’Acquario, simbolo di libertà, anticonformismo e creatività, ha emesso i primi vagiti a Milano, il 2 febbraio 1926 nel Quartiere dell’Isola, in una famiglia nella quale, come diceva il padre, il vino si beveva “con rispetto, perché dentro c’è la fatica dei contadini”. Veronelli, che è giustamente ricordato come uno dei più importanti personaggi della storia del Novecento italiano, ci ha lasciati il 29 novembre 2004 nell’amata Bergamo dove a raccogliere, custodire e portare avanti la sua grande eredità è ora il Seminario Permanente Luigi Veronelli, l’associazione senza scopo di lucro, creata nel 1986, dal maestro del giornalismo enogastronomico italiano, nonchè pioniere della critica enologica nel nostro Paese. L’istituzione, diventata con gli anni un importante centro culturale, quest’anno compie 40 anni e celebra il “secolo d’oro” nel ricordo dei valori e dei principi etici cui era legato Veronelli: l’onestà intellettuale, la trasparenza e l’indipendenza della critica enologica, la ricerca della relazione, il rispetto per il lavoro e la gioia della condivisione con il vino protagoista assoluto.
Il ricordo di Maurizio Zanella, Franco Maria Ricci e Alessandro Regoli

Valori che sono stati ricordati nei giorni scorsi da “Italia-Europa”, la trasmissione di Rai 2 condotta da Marzia Roncacci con Umberto Broccoli, divulgatore storico, autore e conduttore radio-tv. In trasmissione sono intervenuti Stefano Carboni, docente di Sociologia dei Consumi Università Tor Vergata Roma, Maurizio Zanella, fondatore della storica griffe del Franciacorta Ca’ del Bosco, Franco Maria Ricci, patron della Fondazione Italiana Sommelier (Fis) nonchè responsabile di Bibenda e il direttore di WineNews Alessandro Regoli.

“Ho conosciuto Veronelli, maestro di tutti noi giornalisti enogastronomici, agli inizi della carriera professionale – ha raccontato Alessandro Regoli – l’ho incontrato più volte. Non sono stato un suo allievo, e questo mi dispiace, ma ho sempre seguito il Seminario Permanente Luigi Veronelli, che ne porta avanti la grande eredità.”
Un’eredità che parte da Pellegrino Artusi – autore, nel 1891, della “Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, il più famoso manuale di cucina, che ha unito l’Italia e la lingua italiana, oggi tradotto in tutte le lingue del mondo, perfino in cinese, con più di 1 milione di copie vendute – passa per Paolo Monelli, autore del mitico libro “Il ghiottone errante” nel 1935 e non solo, e arriva a Mario Soldati, della cui opera monumentale non si può non ricordare il “Viaggio nella Valle del Po”, il primo reportage enogastronomico della Rai, nel 1956.
Il suo concetto di “cru”: piccolo il podere, minima la vigna, perfetto il vino

L’Italia che raccontavano era ovviamente, un Paese molto meno acculturato, semplice, umile e contadino, ma genuino, come i vini e i cibi che nascevano nelle campagne italiane, dei quali questi “mostri sacri” hanno per primi raccontato la bellezza dei territori e lo spirito delle comunità. E lo hanno fatto con i pochi mezzi di comunicazione che avevano a disposizione, ma riuscendo a raggiungere ed affascinare il grande pubblico. La comunicazione, il giornalismo, la critica enogastronomica sono nati con loro, insomma: sono i “padri”, anche di “idee visionarie” per l’epoca, ma rivelatesi attualissime un secolo dopo.
Rivendicando la sua anarchia, e con il suo inesauribile impegno per la rinascita del vino italiano, a partire dal suo esordio di scrittore enoico, con “I vini d’Italia” nel 1961, Veronelli fece leva sul concetto di “cru”, sull’esaltazione della vigna di maggior pregio: “Piccolo il podere, minima la vigna, perfetto il vino” scrisse nella celebre epigrafe dei cataloghi Bolaffi.

Veronelli aveva ideato anche le DeCo, le Denominazioni Comunali, convinto che i territori italiani, anche i più piccoli, fossero il futuro dell’Italia, e aveva ragione. E, compresa la potenza comunicativa della tv, negli anni Settanta lo raccontava al grande pubblico da “A tavola alle 7”, tra le trasmissioni di maggior successo ed ascolto della storia della televisione italiana, al fianco della grande attrice Ave Ninchi, formando, lei “massaia”, lui “professore”, una delle coppie più amate di sempre.
In quella stessa Rai, dove è stato omaggiato, tra le tante cose, “per aver saputo raccontare il vino in una maniera veramente moderna – ha concluso il direttore WineNews Alessandro Regoli – ha raccontato il vino, ma anche il cibo, dal punto di vista della loro qualità intrinseca, e del loro legame con i territori di provenienza. Parlando di un prodotto, raccontava il territorio, chi lo aveva fatto e perché, ed i legami che quel prodotto aveva con la storia e la cultura di quel luogo, con gli aneddoti, le amicizie, le emozioni. Questo è il vero valore del vino e della Cucina Italiana, Patrimonio Unesco: quella buona tavola, che tutto il mondo ama.”
Ma queste sono solo piccole storie dentro la storia di una vita ricorda il Seminario Permanente Luigi Veronelli che chiama a raccolta i “veronelliani” sotto la sua egida: dai vignaioli ai ristoratori, dagli osti agli enotecari, dai sommelier agli appassionati di cultura del vino. Il Seminario nel corso di tutto il 2026 promuoverà eventi aperti al pubblico e pubblicazioni dedicati al suo fondatore, a partire dall’Expo “Il Veronelli” e proseguirà poi al Convento dei Neveri di Bariano, luogo fisico e simbolico che custodisce il cuore del patrimonio culturale del maestro, l’archivio documentale, lo studio, la biblioteca, la cantina con 12.000 bottiglie.
Veronelli amava ripetere: “La vita è troppo breve per bere vini cattivi”
Ambasciatore ante litteram del made in Italy e del «bien vivre» italiano (prima, molto prima di Slow Food e del Gambero Rosso), anarchico coraggioso e irriverente, eretico enoico come lui stesso amava definirsi (non enologo, cioè tecnico di cantina, come taluni semplicisticamente ed erroneamente lo definivano) ha lasciato tracce indelebili ed un’eredità sul piano filosofico-culturale che il Seminario Permanente Luigi Veronelli sta portando avanti con passione nel solco tracciato dal maestro.
Per chi volesse approfondire la figura di Veronelli consigliamo la lettura del bellissimo volume «La vita è troppo corta per bere vini cattivi» di Gian Arturo Rota e Nichi Stefi (Giunti editore). Non è una biografia, piuttosto un affresco sull’uomo Veronelli. Un giornalista? Sì, ma è riduttivo.
Uno scrittore? Sicuramente. Un amante della buona tavola che si è occupato di vini e di cibi? Certamente. Ma soprattutto un cantore straordinario della bellezza, della libertà, dell’amicizia, dell’amore, dell’eros.
Un rivoluzionario? Come negarlo visto che ha cambiato il mondo dell’enogastronomia. Un politico? No. Lui, anarchico impenitente, aborriva i politici. Un filosofo? Sì, ma non saccente, nè cattedratico.
Citazioni e aneddoti (molti inediti) si intrecciano in questo libro ricco di riflessioni seguendo il «fil rouge» di una vita spesa a difendere le istanze dell’Italia rurale e dell’universo contadino. Tra gli aneddoti si ricorda il suo primo contatto con il vino, offertogli dal padre il giorno della Prima Comunione con la raccomandazione di «berlo con cura poichè dentro il bicchiere c’è la fatica di chi coltiva la vigna». Poi l’incontro con il famoso maître Luigi Carnacina.
Quando Carnacina al “Savoy” di Londra gli servì due uova al burro
Formatosi sui banchi del Liceo Classico Parini, si distinse in particolare nelle materie umanistiche e a tal proposito si racconta che abbia sostenuto l’esame di maturità parlando esclusivamente in greco antico.
Come regalo il padre gli regalò un soggiorno all’Hotel Savoy di Londra e la prima sera – spavaldo e spaccone – ordinò il piatto più costoso del ristorante. Grande fu la sorpresa quando, scoperchiata la cloche, gli furono servite due uova al burro. Irritato, chiese spiegazioni al maître: «Sì, le uova al burro sono il nostro piatto più caro – fu la risposta – poiché dentro ci sono la sapienza, l’esperienza e la ricerca della perfezione del nostro chef».
Una lezione di vita. Quel maître era Luigi Carnacina, il celeberrimo gastronomo con il quale in seguito lo stesso Veronelli collaborò per la stesura di uno dei più famosi manuali di cucina.
Le sue battgalie al fianco dei vignaioli per valorizzare i territori e i vini italiani
Veronelli ha accompagnato e sostenuto le produzioni agroalimentari e la cucina italiana di qualità dal Secondo Dopoguerra fino agli Anni Duemila. Interlocutore competente e ispiratore di moltissimi vignaioli, artigiani e ristoratori, maestro dei maggiori critici gastronomici d’Italia (Carlin Petrini, fondatore Slow Food, Alessandro Masnaghetti, il “cartografo” del vino italiano, direttore editoriale e curatore della “Guida Oro I Vini di Veronelli”, e il celebre critico Luca Maroni, per citarne solo alcuni, e che hanno tutti collaborato con lui) Veronelli ha educato generazioni di italiani alla cultura della terra e della tavola. “Veronelli ha segnato in modo indelebile il mondo del vino e della gastronomia in Italia. Con le sue battaglie, condotte coi vignaioli, ha portato l’eccellenza in vigna e in cantina. Ha speso una vita intera nel valorizzare le produzioni di qualità, i territori, il lavoro, l’ambiente e la cultura del vino”, sottolinea Angela Maculan, presidente del Seminario Veronelli.
Rai Cultura e Rai Storia riproporranno il bellissimo “Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini” di Veronelli. Viaggio dedicato al pianeta vino che proseguirà con l’omaggio a Maio Soldati, a Gianni Brera, “mostro sacro” con Gianni Mura di questo “secolo d’oro”. In occasione dei 100 anni della nascita di Veronelli, il Seminario Permanente ha ribadito che la sua memoria non può essere ridotta a sterile monumento. Il ricordo è un atto importante, ma Veronelli stesso ha più volte dichiarato di pensare al futuro come a una fucina in continuo lavoro, a partire dalle sue idee e intuizioni.
Non un “beota ripetere” (come lui avrebbe detto nel suo gergo personale e acculturato), ma un’opera di rielaborazione ed evoluzione a partire dai fondamentali valori veronelliani che Veronelli ha portato nel mondo del vino. Per tutto questo oggi opera il Seminario Permanente Luigi Veronelli: è il luogo che ha voluto per tenere vive le braci del suo pensiero, che conserva le sue idee come lui avrebbe voluto, facendole crescere. Come nel caso del vino, che, diceva, citando un’altra delle sue verità, “va bevuto per questo miracolo: spinge l’intelligenza alle cose migliori”.
In alto i calici. Prosit! (GIUSEPPE CASAGRANDE)
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