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27/05/07

Perché mai le guide enoiche dovrebbero essere oggettive?

Postato da on

In qualsiasi campo della critica nessuno pretende l’oggettività assoluta. La valutazione asettica. Condotta in laboratorio e alla cieca. In ambito enologico invece qualcuno, chissà perché, la vorrebbe. Se per esempio un critico cinematografico scrive un pezzo sul film che ha visto, lo fa conoscendo per filo e per segno tutti i dettagli dell’opera che sta valutando. E lo stesso vale per pittura, poesia, musica, politica, storia, filosofia… Per il vino no. Ma guarda. Fosse almeno, l’analisi sensoriale, una scienza esatta… Più realisti del re, i detrattori delle guide enologiche, tacciando queste ultime di totale inattendibilità, anelano alla Verità. Come se le regole della libertà di pensiero e opinione in quest’ambito non valessero.

La Guida dei SommelierPremetto. Non sto scrivendo un’arringa difensiva a favore delle guide enologiche. Vorrei fare solo qualche riflessione in materia. Una fra le argomentazioni più spesso utilizzate per criticare le guide e tacciarle di inattendibilità (se non di mala fede) fa leva sul fatto che queste ultime in genere non esplicitano i criteri di degustazione e di giudizio dei vini, né come si arrivi a certi risultati finali. Inoltre, non è sempre ben chiaro se un tal campione sia stato assaggiato da un panel o da un singolo degustatore, e dove. Soprattutto, uno dei cavalli di battaglia dei detrattori di tali pubblicazioni sta nel fatto che spesso non si capisce bene se le degustazioni abbiano luogo alla cieca – ovvero senza conoscere preventivamente i vini valutati – o meno.


Siano benedetti, i giudizi emozionali

Io dico: lana caprina. Ma cari miei, cosa importa che un vino venga valutato senza conoscerne l’etichetta? Dice: ma così si può rimanerne influenzati. E allora?La guida de L'Espresso Il critico è un uomo non un androide, se compie il suo lavoro seriamente non importa che sia influenzato, semmai è vero il contrario: il vino è anche suggestione e poesia, non si sta giudicando un cuscinetto a sfera, né si sta elaborando il calcolo strutturale del cemento armato per la costruzione di un ponte a campata unica. Inoltre, il giudizio finale spetta a chi compra la bottiglia e se la beve. Se la sua soddisfazione non collima con le valutazioni lette in guida, o cambia critico o cambia vino. No problem, siamo (più o meno) in un libero mercato. A chi interessa sapere se per la valutazione di un tal vino si sia partiti da una scala centesimale? Che importa se gli assaggi hanno avuto luogo in un consorzio di tutela o in uno scantinato? E perché mai dovrebbe essere per forza una commissione di degustazione a dover esprimere un giudizio e non un singolo assaggiatore? Addirittura si potrebbe sostenere proprio il contrario. Se un giudizio è formulato espressamente da un singolo assaggiatore, conoscendolo si può tararne la valutazione ed interpretarla. Ma se è un gruppo anonimo di persone a sentenziare, il risultato sarà di avere una valutazione più asettica, non più oggettiva. Non dimentichiamoci, fra l’altro, che le guide non vanno confuse con i concorsi, e dunque possono permettersi di esprimere dei pareri, anzi, è proprio il loro compito, a mio avviso.


Forse che Sgarbi non conosce il pittore che sta giudicando?

A quanto mi risulta, in altri campi non credo ci si faccia tutte queste masturbazioni mentali. Mi spiego. Con un esempio concreto ed esplicativo. Quando esce il Morandini, forse l’annuario di critica cinematografica più conosciuto in Italia, nessuno si chiede se l’autore abbia visto i film da solo o in compagnia, quali siano i suo precisi metri di giudizio, se le pellicole siano state visionate ad un festival o in un cinema di periferia. Ma, soprattutto, nessuno ha la pretesa che il povero Morandini abbia giudicato i lungometraggi ricorrendo ad una giuria ed alla “cieca”, ovvero senza conoscerne produttore, regista, sceneggiatore e quant’altro. Cosa peraltro tecnicamente impossibile, persino nei concorsi (ovviamente).
Lo stesso vale per la critica d’arte. Ma si è forse mai preteso che Achille Bonito Oliva o Vittorio Sgarbi quando giudicano e valutano un’opera lo facciano senza conoscerne l’autore (il pittore) e magari ricorrendo a un panel ed esplicitando nel dettaglio i criteri sui quali si sono informati per giungere a determinate conclusione. Ma stiamo scherzando?
Parliamo di sport: quando diventa determinante il giudizio di una giuria – prendiamo i tuffi o il pattinaggio artistico o la ginnastica -, si pretende forse che l’atleta gareggi con una maschera sul volto per non farsi riconoscere da chi lo deve giudicare?
La guida di Luca MaroniNon parliamo poi del giornalismo e della critica più in generale. Quando un opinionista scrive un editoriale prendendo posizioni politiche ben precise, pretendiamo forse che ci dia una dimostrazioni tecnico-statistica delle sue conclusioni? Non è che forse, conoscendo il giornale e chi ha scritto il pezzo, sappiamo già da noi come meglio interpretarlo? Se leggo un articolo su Libero, difficilmente mi imbatterò in lodi sperticate nei confronti di Prodi, così come se leggo il Manifesto, difficile che il Berlusca venga portato in trionfo. E allora? Dove sta il problema. Mi pare si chiami libertà di stampa, o qualcosa del genere.


Se conosci il critico… lo scegli!

Dunque perché le guide enologiche dovrebbero sfuggire a tali umane logiche e farsi garanti assoluti dei giudizi da loro espressi? Il loro compito è di esprimere valutazioni, impressioni, indicazioni, non sentenze scientificamente provate. E mi pare che nessuna pubblicazione enologica abbia mai preteso di pontificare l’assoluto (e se qualcuno lo fa sbaglia di grosso, ovviamente). Certo, alcune guide sono più seguite di altre ed hanno più responsabilità nei confronti del lettore. Ma pure in questo non v’è nulla di straordinario. Anche la Repubblica è più letta de il Resto del Carlino, e come tale avrà più potere di influenzare l’opinione pubblica.
La guida del Gambero RossoSe una critica si può fare, è semmai quella che gli autori delle varie pubblicazioni dovrebbero dichiarare in modo più trasparente le proprie inclinazioni nei confronti dei vini giudicati. In sostanza dovrebbero far maggior chiarezza sulla filosofia di fondo con cui essi si approcciano al vino. Ma nulla di più. Inoltre, a ben vedere, seppure in maniera talvolta ancora troppo implicita, già si possono percepire tali orientamenti. Esistono guide tradizionaliste, che tendono a premiare sempre gli stessi, altre ineluttabilmente infatuate degli enologi “di grido”, alcune premiano o tarpano le ali a certi territori piuttosto che ad altri, “a prescindere”; altre ancora puntano più sulla tipicità e sul concetto di autoctono, piuttosto che sul rapporto qualità-prezzo; vi sono poi quelle che premiano i vini che più assomigliano a succhi di frutta. Insomma, v’è una pletora di tendenze, modi diversi di avvicinarsi al vino, di intenderlo e di interpretarlo. Sarà il consumatore, in base alla sua esperienza personale, che stabilirà a quale critico sentirsi più vicino, quale guida acquistare e che vino bere, condizionato o meno dal giudice che lui stesso avrà scelto. Il resto, è sesso degli angeli. Mi pare.


Roger Sesto




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